La Macchina di Santa Rosa

Ali_di_luce_20070903n_by_dd11Alle 21 del 3 settembre di ogni anno, da oltre 750 anni, Viterbo vive il suo più alto momento di celebrazione della tradizione e della fede: si tratta del Trasporto della Macchina di Santa Rosa, una “torre” illuminata alta 28 metri e pesante 50 quintali portata a spalla per le vie abbuiate della città su un percorso non privo di insidie da 100 uomini detti Facchini. E’ uno spettacolo ricco di emozioni e suggestioni, al quale ogni anno assistono decine di migliaia di persone provenienti da ogni dove, stipate lungo il percorso della Macchina, che gridano, piangono, pregano, incitano i Facchini nella loro straordinaria prova di forza e fede.
La tradizione del Trasporto della Macchina di S. Rosa nasce il 4 settembre del 1258, data in cui avvenne, per volontà di Papa Alessandro IV, la solenne traslazione del corpo intatto della Santa Viterbese dalla modesta sepoltura della fossa comune di S. Maria del Poggio al Monastero della Clarisse, che poi prese il nome di colei che i Viterbesi chiamano “la Santa Bambina”, morta a soli 18 anni, nel marzo 1251.
Il semplice baldacchino sul quale venne effettuata la traslazione, crebbe con gli anni in ricchezza di particolari, strutture artistiche aggiuntive e altezza. Con il tempo, una statua della Santa sulla sua sommità sostituì la processione con il corpo, che venne conservato nella Basilica a Lei dedicata, e la celebrazione venne divisa in due distinti momenti: il pomeriggio del 2 settembre, la sfilata del Corteo Storico con la reliquia del cuore della Santa portato in processione; la sera del 3 settembre, il Trasporto della Macchina di Santa Rosa.
La Macchina viene cambiata ogni 5 anni, con un concorso di idee promosso dall’Amministrazione Comunale.”

Questo si legge sul sito del Comune di Viterbo, dove si può allegramente attingere per carpire ogni tipo di altra informazione sulla pia tradizione.
Peraltro basta digitare “Macchina di Santa Rosa” su un qualsiasi motore di ricerca, per vedersi snocciolare pagine di notizie riguardanti la storia della Santa (che ha usurpato il posto di Patrona della Città al povero San Lorenzo, anche se c’è chi dice che quest’ultimo è sempre stato il “vice” … 😦 ).
Oggi, poi, che “Il Campanile (o La Torre) Che Cammina” è in carico all’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità, i viterbesi camminano a venti centimetri dal suolo.
Diciamo comunque, ad onor del vero e a beneficio di chi non vi avesse mai assistito, che lo spettacolo del trasporto è coinvolgente in maniera devastante: un evento unico nel suo genere, di grandissimo impatto emotivo, che sicuramente lo rende indimenticabile.
Senza contare che tra il “Trasporto” e la “Fiera” di bancarelle, che rallegrano la cittadina il giorno successivo (ricorrenza della nascita della Santa e quindi Festa Patronale), per Viterbo, l’evento è un’attrattiva turistica mica male. Ma questo passa sicuramente in second’ordine: prima viene indiscutibilmente la manifestazione di fede, di amore e devozione che essa Festa vuol significare, nei confronti di una giovane che, a causa del suo diffondere parole di pace in un momento in cui Chiesa e Impero se le davano di santa ragione, venne cacciata, con famiglia al seguito, dalla città. Ma i più, che forse non erano ancora nati, non se lo possono ricordare.

Però a Viterbo, ridente ( 🙂 ) cittadina dell’Alto Lazio, sede Papale e figlia umilissima dello Stato Pontificio, toccatele tutto ma guai a toccarle Santa Rosa.
A chi non è proprio proprio credente, potrebbe persino sembrare una soltanto accennata forma di fanatismo, ma solo a chi non crede e a chi non è viterbese, ovviamente…
Un viterbese che non amasse Santa Rosa, potrebbe anche venire smembrato dal tiro di  quattro cavalli, legati alle sue braccia e gambe, sulla pubblica piazza (spettacolo già noto ai viterbesi di qualche secolo fa).
Ma credo sia un sentimento comune a tutti i paesani nei confronti dei propri Santi Patroni.
Ma Viterbo è una città, non un Paese, capoluogo di provincia, con attrattive paesaggistiche, monumentali, storiche di rilevanza notevole, che è giusto salvi le tradizioni ma è ancor più giusto che dia un occhio al futuro, che si sviluppi e non si mantenga, che si apra e non resti chiuso dentro mura medievali sempre più consolidate.
Ed in quest’ottica, vorrei metter in evidenza un aspetto, forse poco considerato, riguardo il trasporto della Macchina di Santa Rosa.

La storia del trasporto della Macchina di Santa Rosa, ha dovuto registrare, negli anni, numerosi incidenti anche molto gravi:
– nel 1758, cade alla “mossa”, quindi proprio alla partenza, ma si riesce a rimetterla in condizione di terminare il percorso;
– nel 1776, cade appena giunta in Piazza del Plebiscito;
– nel 1786, cade in Piazza Verdi;
– nel 1801, le grida di una spettatrice, derubata dei suoi gioielli a Piazza Fontana Grande, fa imbizzarrire alcuni cavalli dei soldati in servizio di controllo. Il panico che ne deriva è grande ed alla fine si contano circa venti morti. Per di più la Macchina, quella stessa sera, prende fuoco nei pressi di Piazza delle Erbe.
– nel 1814 e nel 1820, la Macchina si inclina pericolosamente all’indietro, tanto che i Facchini debbono desistere dal trasporto.
– nel 1967, con un modello di Macchina capace di arrivare ai 30 metri di altezza, il trasporto, forse a causa dell’eccessivo peso, si interrompe drammaticamente, e la Macchina, per fortuna, si appoggia lateralmente su di un cornicione del tetto di un edificio al termine di via Cavour, ma non senza feriti e contusi tra i Facchini;
– nel 2007, una tromba d’aria strappa i cavi di tenuta dell’impalcatura che sostiene la Macchina in costruzione, che si inclina e si appoggia alle mura cittadine e della Chiesa di San Sisto.
E non sono gli unici episodi.
(Notizie in parte tratte dal sito http://www.facchinidisantarosa.it/la-macchina-e-la-sua-storia/ e dal sito http://www.macchinadisantarosa.viterbo.it/storia-macchina-santa-rosa.html )

Ogni anno al trasporto assistono migliaia di persone, venute da tutte le parti di Italia e non solo, tanta gente, ammassata sui marciapiedi, nelle vie, nelle piazze.
Se una costruzione alta 30 metri, che pesa 50 quintali, per un qualsiasi malaugurato inconveniente, un gatto tra le gambe, un malore, un inciampo di qualche Facchino, un mitomane, un errore nella guida, un imprevisto, un evento atmosferico improvviso, dovesse cadere sulla folla, sarebbe una strage.
Va bene la fede, va bene la tradizione e va bene l’attrattiva turistica. Va bene anche l’aspetto economico che impreziosisce la manifestazione, ma non a rischio della pelle di tante persone.
A Viterbo sono convinti che Santa Rosa proteggerà sempre e comunque tutti i suoi figli, ma la Storia ci insegna che non è stato sempre così.
Forse, proprio parlando di fede, sarebbe il caso di essere un po’ più umili, un po’ meno arroganti, abbandonando la pericolosa presunzione che nulla potrà mai accadere perché Santa Rosa, specialmente la sera del 3 settembre, veglia sulla Città e sui viterbesi (tranquilli, anche su quelli che di Viterbo non sono 🙂 ).
Ridimensioniamo questa manifestazione potenzialmente troppo pericolosa, perché celebrata in quella che insiste a definirsi “Città” (che può incoscientemente raccogliere più persone di un qualunque Paese, del quale una pittoresca Festa Patronale è propria), perché scatena ambizioni a livelli organizzativi e sociali, perché forse più che alla Santa vuole rendere onore all’orgoglio dell’uomo, perché (e mi auguro che non succeda mai) il giorno che Santa Rosa si dovesse distrarre…

Libero Servo Vostro
DRASP