Un mondo perfetto

... buca con sasso e acqua...

… Buca con sasso e acqua…

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Viterbo, ridente cittadina medievaleggiante (nonché capoluogo di Provincia) dell’Alto Lazio, è famosa per le sue fontane, la sua Macchina di Santa Rosa, il suo essere stata Sede Papale…
Ma in verità io non l’ho mai vista ridere.
Anche perché non ne noto evidenti motivi.
Oddio, non è che si stia male, o almeno, in giro si trova di peggio, ma come ovunque e troppo spesso accade, qualcosa che non va o che andrebbe migliorata, c’è sempre.
Quando poi quel qualcosa diventa molto, allora abbiamo un problema.
Viterbo, città tanto democristiana prima, molto a destra poi, appena appena a sinistra ora, ha dimostrato come il “cambiare tutto per non cambiare niente” sia un emblema irrinunciabile per certe amministrazioni, per certa politica che, peraltro, sembra faticare moltissimo a scrollarsi di dosso quella indissolubile coltre chiamata spreco.
Niente di nuovo sotto il sole, ma proprio per questo certe cose fanno più rabbia, perché non c’è verso di riuscire a cambiarle.
Parliamo di manto stradale.

Le strade sono la piaga incurabile di innumerevoli realtà cittadine. Il loro stato, per prassi consolidata, non potrà mai ambire ad una definizione migliore di “disastroso”.
Ma tant’è e, come dice Renzi, ce ne faremo una ragione.
O anche no, suggerirei più umilmente io.
L’asfalto delle strade cittadine, che sembra fatto di pulci, per quanto salta via facilmente, quando non si stacca per la pioggia o il gelo o per pessima qualità del prodotto o per l’imperizia e la grossolaneria di chi lo ha posto in opera, raramente assomiglia ad un fondo stradale transitabile: le buche sulle strade sono irrinunciabili, folcloristiche dotazioni della viabilità urbana.
Ovviamente, inevitabilmente, continuativamente, quando non se ne può più, per sopperire al disagio, le amministrazioni comunali attivano le competenti squadre di professionisti, affinché si occupino dell’economico rattoppo.

Sette (dicesi sette) operai, muniti di furgone attrezzato e accessoriato, bardati doverosamente con i giubbotti catarifrangenti d’ordinanza, circondano una buca sull’asfalto di cm. 25 x 25. Mentre sei di loro stazionano nei pressi della voragine fissandola e/o fissandosi, forse per concordare la maniera più corretta per intervenire, uno, d’impeto, incurante del pericolo, si accolla un sacchetto di asfalto pronto, lo versa nella buca e lo prende a palate per spanderlo per benino.
A lavoro ultimato, la squadra lascia trionfante il sito, consentendo, alle seimila auto ferme di riprendere la dolorosa circolazione dell’ora di punta.
Al posto della depressione, un simpatico dosso.
Piano, piano, a forza di passarci sopra con le auto, si abbasserà! Pensiamo.
Manco per niente: il dosso rimane, e le macchine, che prima s’infossavano, adesso saltano.
In effetti la situazione è questa: percorrere strade e vie il cui manto è costituito da buche, pezzi di asfalto saltato, gibbosità di ogni dimensione, significa dover essere consapevoli di venire allegramente sballottati a destra e a manca, senza soluzione di continuità e con la concreta possibilità di simpatici rigurgiti.

Poi, finalmente, qualcuno trova i soldi, che rendono possibile l’asfaltatura completa di quel tratto di via veramente impraticabile.
Nel giro di tre giorni abbiamo la strada nuova.
Quindi tutto bene, no?
E no!
Fateci caso, sembra lo facciano apposta, ma puntualmente, appena ricostituito il manto stradale, la società elettrica, o quella del gas, o quella dell’acqua, o il costruttore cui serve un allaccio, lo sgarrano per interrare tubi, cavi, condotte.
Certo, poi riparano.
Ma come riparano?
Riempendo lo scavo e coprendo con catrame solo il tratto scavato.
Il risultato è un’enorme e continua depressione, come uno sfregio su un’opera d’arte.
E nessuno dice niente!
Io la soluzione l’avrei: si obblighino questi signori, che squartano le strade a loro comodo, anziché a riempire il solo scavo effettuato, a ricostituire il manto della metà carreggiata che comprende i lavori effettuati o, se lo scavo attraversa i due sensi di marcia, si imponga loro di riasfaltare tre metri prima e tre metri dopo, per esempio.
Sono quasi sicuro che si farebbe più attenzione, sia a scavare, sia a farlo nei tempi e nei modi più opportuni. Se invece non lo facessero e preferissero l’asfaltatura estesa, avremmo comunque raggiunto il nostro scopo: quello di limitare i disagi nella viabilità e le arrabbiature, e quello di far risparmiare i nostri quattrini alle amministrazioni comunali.
Questo, ovviamente, in un mondo perfetto…

Libero Servo Vostro
DRASP